Convegno di introduzione all’università

La posizione dell’Inconsolabile di Cesare Pavese ha suggerito un termine di paragone al Convegno di Introduzione all’Università. In particolare, in un punto nevralgico di questo dialogo è emersa l’occasione del titolo: «Ho cercato me stesso, non si cerca che questo». Che cosa si cerca in università?

La domanda dell’inizio – per questo di introduzione – esige costantemente il senso della ricerca: quali mire raggiungerà il mio interesse? Questa domanda di senso comporta il problema dell’inesauribilità della ricerca, poiché rimanda di volta in volta la soluzione ad un nuovo inizio.

Il Rettore dell’Università Statale di Milano Elio Franzini ed una serie di docenti universitari hanno provato a misurarsi con la portata che questi interrogativi implicano nel loro mestiere, per sua natura votato ad una ricerca incessante. L’inestinguibilità dell’interesse ha posto ai relatori una sfida: mostrare se sia possibile un profitto a partire da quel lavoro che ogni volta sfugge a se stesso, perché ostinatamente sospende e rilancia la stessa urgenza di senso dell’inizio.

Nel suo intervento Andrea Pin, professore di Diritto pubblico comparato presso l’Università di Padova, ha esercitato esattamente questo limite. Al termine della sua relazione, ha consegnato una domanda che mette a fuoco il rischio della ricerca: fin dove può arrivare la giustizia? Fino a che punto la giurisprudenza potrà rendere giustizia? Il continuo stimolo che alimenta la convenienza del diritto non potrà mai mettere capo al problema stesso della giustizia: ogni sentenza emessa stabilisce perciò un confine, accede a un giudizio, a condizione che sia instancabilmente disposta a ridefinirlo.

Il contributo di Martino Feyles, docente di Estetica alla Pontificia Università Lateranense, ha restituito, in un breve percorso sul concetto di bellezza, lo spessore della domanda filosofica, costitutivamente aporetica, irrisolta, problematica. Fin dove si estende la bellezza? Quali canoni – nella storia a cui si iscrive – ne hanno mappato il significato? Dalla metafisica alla teologia, dal gusto della Critica del giudizio alla “merce come feticcio”, la provenienza della bellezza non smette di interrogare rigorosamente la filosofia. Imbattersi nella strada vertiginosa dell’indagine filosofica avverte il rischio, ma anche la convenienza della conoscenza.

Vittorio Emanuele Parsi, professore ordinario di Relazioni internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, si è domandato se l’ordine liberale internazionale contemporaneo sia effettivamente una congiuntura eccezionale e irripetibile. Risalendo ai motivi di formazione di uno Stato nazionale, al perenne stato di guerra che Hobbes scongiura nel Leviatano, ha reso una breve panoramica delle coordinate politico-economiche del secolo scorso. Numerosi spunti circa il destino delle istituzioni, delle società, del rapporto pubblico-privato a livello sovranazionale hanno reso conto di quale complessità richieda un’avveduta lettura dell’attualità.

La lezione di Elio Franzini si è focalizzata sulla decisività che i termini “vocazione” e “responsabilità” dovrebbero assumere per la formazione (bildung) universitaria. Richiamando la lungimiranza e la passione che possono accompagnare ogni modalità della ricerca, ha messo in luce l’aspetto vocazionale della comprensione. “Comprendendo ho trovato me stesso”, giunge a dire il pavesiano Orfeo dei Dialoghi con Leucò. Il “divenire ciò che si è” (prendere coscienza di sé) fa continuamente esperienza del divenire altro da sé – ovverosia del seguire qualcuno o qualcosa –, per poter rispondere all’irriducibile chiamata a sé. Questa chiamata (Beruf) annuncia la responsabilità propria di ciascuno: “quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”, per dirlo con Goethe.

Riconoscersi in una tradizione significa, anzitutto, ammettere una strutturale dipendenza nei confronti dei propri padri. La professoressa Alessandra Preda, docente di Letteratura francese alla Statale di Milano, ha colto nel segno di questo punto attraverso la lettera che, nell’opera di François Rabelais, il gigante Gargantua indirizza al figlio Pantagruel, profilando il suo ideale rinascimentale di formazione. Il rapporto padre-figlio rinvia analogicamente alla relazione maestro-discepolo, creatore-creatura. La brama della conoscenza è di per sé smisurata: l’infinito potenziale che vorrebbe stringere, tuttavia, si rende inafferrabile. Dove sta il senso di questo limite paradossale? Nella misura propria dell’uomo saggio, che strenuamente esercita la ricerca. “La scienza senza coscienza altro non è che rovina dell’anima”, raccomanda il re di Utopia Gargantua al figlio, per esortarlo a riconoscere, come possibilità per essere più umano, la sua imprescindibile condizione di creatura, a immagine e somiglianza di un altro, di altri padri “plasmatori”. È un altro la condizione di possibilità di se stessi: anzi, è solo in un altro che si può svolgere il compito della ricerca di sé. Perché si possa intraprendere la faticosa e inesausta via del trovare se stessi, occorre seguire le orme di quei maestri che illuminano la propria ricerca. La coscienza di questa dipendenza non toglie il peso infinito della domanda, ma permette al “più in là” della risposta un’opportunità di senso, di gusto, di profitto.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *